Lucera e una particolare "ricevuta" in italiano dell'epoca di Dante
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Lucera e una particolare “ricevuta” in italiano dell’epoca di Dante

Come tutti sappiamo, dal 15 al 24 agosto del 1300 il notaio di Barletta Giovanni Pipino, incaricato dal Re Carlo II d’Angiò, si occupò di condurre lo sterminio della colonia saracena di Lucera.

I superstiti della strage vennero venduti come schiavi in tutto il Regno di Sicilia – a quell’epoca andava dall’Abruzzo alla Calabria, ad eccezione della Sicilia che era sotto il controllo aragonese – mentre Lucera cambiò il proprio nome in “Città di Santa Maria“.

Uno dei documenti superstiti ancora oggi custodito presso l’Archivio della Basilica di San Nicola a Bari risulta essere veramente interessante.

Innanzitutto è scritto su carta bambacina che a differenza del grosso dei documenti dell’epoca non è stato prodotto in pergamena. La scelta di questo supporto più deperibile ma meno costoso è dovuta all’importanza non troppo elevata delle informazioni in esso contenute.

Il contenuto riguarda invece l’invio di alcune “ricevute” da parte di Francesco Bove di Ravello, abitante di Trani. Francesco era stato incaricato della vendita dei Saraceni in quella città da Pietro de Angeriaco, tesoriere della Basilica nicolaiana.

Oltre alle “ricevute” Francesco assicura di aver comunicato le disposizioni del tesoriere ai sindaci e ai custodi dei saraceni per avere contezza del loro numero.

La particolarità però di questo documento si cela nel retro della carta, sul dorso, dove si legge la seguente annotazione:

Die 21 de giugno anno 1301 io Daccio Raniero confesso d’aver ricievuto per parte de lo tesoriere di Santo Nichola di Bari da Franciecho Bove de la moneta di Saricini, per mano di Damiano loro fattore, in oro once [dicie ] sette, tarì nove.

Daccio, che sappiamo essere affiliato alla famosa Compagnia dei Bardi di Firenze, ha ricevuto 17 once d’oro e 9 tarì in monete dei saraceni di Lucera.

Per farsi un’idea della somma, in quel periodo il costo di un cavallo da guerra si aggirava intorno alle 20 once d’oro, mentre un professore universitario ne guadagnava circa 12 al mese. Una bella sommetta.

Questa annotazione mostra gli stretti rapporti tra la Puglia e la Toscana già ben documentati dagli storici. Ma soprattutto è un piccolo ma significativo esempio di volgare italiano, in uso ormai in tutta la penisola italiana, che verrà reso immortale pochi anni dopo da Dante nella sua Commedia.

Alessandro De Troia

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