Personaggi lucerini del passato
Ci sono personaggi di strada lucerini che da tempo sono scomparsi nella memoria collettiva, entrando nel dimenticatoio generale, che, al loro tempo, sono stati la principale fonte d’ispirazione di proverbi, locuzioni e modi di dire. Si tratta indubbiamente di personaggi che, anche se minori e loro malgrado, hanno contribuito a fare la storia di Lucera. Ad essi si faceva riferimento, per i comportamenti e il loro modo di essere, al fine di rappresentare con ironia, paragoni e metafore quelle varie situazioni che ci si trovava ad affrontare nel corso della vita.
Eccone un elenco elenco, non esaustivo:
- BBATTAGLIÚZZE era u gnúre (il soprannome) di un povero popolano che, sembra, vivesse in una condizione di estrema povertà, situazione molto diffusa all’epoca, trascurando la pulizia personale e con un modo di vestire alquanto singolare, privo anche delle scarpe. Allora i tingeva i piedi con il nerofumo per dare l’impressione di averle, come avvene, sembra, persino il giorno del suo matrimonio. Il personaggio è rimasto nella memoria collettiva, soprattutto grazie ad un modo di dire coniato appunto per le sue singolarità: ASSEMÈGGHJE A BBATTAGLIÚZZE, utilizzato per indicare un ragazzo che, dopo aver giocato per tutta la giornata in strada, tornava a casa tutto imbrattato, sporco, non pulito;
- ÀNGELE D’ÓRE, un personaggio semi-sconosciuto, n’óme abbunate, come si direbbe a Lucera, di mezza età, che stava seduto sempre nella chiesa di San Francesco, indossando un paio di cappotti, di camicie, di pantaloni ecc. Era sicuramente, per queste sue manie, un personaggio singolare e di lui è rimasta una debole traccia nella memoria collettiva, soprattutto grazie ad un modo di dire coniato proprio per i suoi comportamenti: ASSEMÌGGHJE A ÀNGELE D’ÓRE che contraddistingueva, per similitudine, chi si copriva, in modo esagerato, ai primi freddi, con giacca, cappotto e sciarpone;
- NANNARÈLLE. Un altro singolare personaggio di una Lucera piccolo mondo antico. Era un donnino fisicamente minuta, piccola di statura che abitava in Via Roma, era un istituzione del quartiere Porta Croce. Ère bbèlle ndísta ndíste, e mò a pigghjave pe fèsse! Un peperino! Se qualcuno cercava di prenderla in giro lei si sapeva difendere benissimo. La sua casa era famosa per l’estrema pulizia. Altre sue particolarità erano la sigaretta sempre in bocca, l’uso di una graziella con la quale andava dappertutto, le sedie che metteva fuori dal marciapiede per non far parcheggiare le macchine davanti casa sua, e perché era solita fare ogni anno alla vigilia della Immacolata, e all’ vigilia di Natale, ‘a fanóje ( catasta di legna da ardere), la più grande era proprio la sua. ÈJE NDÍSTA NDÍSTE, ASSEMÈGGHJE A NANNARÈLLE, era la locuzione utilizzata per indicare una persona pronta d’ingegno, svelto nel capire e nell’operare, che sapeva agire e prendere decisioni rapidamente;
- NGGETTÍNA GGELLÓNE, un donnone enorme, sempre seduta davanti al suo negozio di generi alimentari Ammizz’a chiazze. Con voce stentorea, invitava i passanti a entrarvi, gridando, con un garbato gioco dell’equivoco: “trasíte ggènde, che à tènghe cavade, cavade“. Ovviamente intendeva la ricotta.Il suo negozio, certamente non all’altezza di quello dei fratelli Iacovone, era, comunque frequentatissimo, perché era famoso per la giardiniera di verdure, di produzione propria e per la giardiniera di residui di salumi e formaggi, che, con notevole senso commerciale, cedeva a prezzo ridotto. Questa era un misto di caciocavallo e provolone, possibilmente piccanti, scamorza secca per i grandi, e formaggio svizzero per i più piccoli, salsiccia tagliata di lungo, prosciutto alla carrettiera e mortadella, solo per gli adulti, peperoni sottaceto e assortimenti vari.Questa giardiniera era consumata a cena o serviva per preparare sostanziosi panini. Era così chiamata, probabilmente perché la varietà dei colori, la rendeva simile a un giardino fiorito;
- PECHESSCÍNE. Era il soprannome di un suonatore di chitarra che insieme ad Antonio Pecce, mandolinista, si esibiva nelle feste, nelle trattorie, ma che era specializzato, soprattutto, nelle serenate che lo sposo portava alla futura moglie la sera prima del matrimonio. Oggi questa tradizione è stata quasi completamente sostituita dall’addio al celibato e al nubilato, ma una volta era pratica molto comune che lo sposo, da solo o con un gruppo di musicanti, si recasse sotto il balcone o la finestra della ormai quasi ex fidanzata e cantava bellissime canzoni, per renderle meno traumatico il distacco dalla proprio famiglia;
- DONNA VIULANDE C’A TRIPPA STORTE! Chi era costei? Era figlia di un cancelliere di origine barese trasferito presso il Tribunale di Lucera. Andata in sposa a un possidente di Vasto, dopo alcuni giorni di matrimonio lasciò il marito e fece ritorno a Lucera e andò ad abitare “Sóp’a cuppetèlle” (Vico Granata), poco distante dalla chiesa di Santa Caterina. Alla morte dei genitori fu costretta, poco alla volta, a vendere tutto, rimanendo alla fine povera in canna. Il soprannome c’a trippa storte gli derivò dal fatto che un lato della pancia era più prominente dell’altro, forse dovuto al suo modo d’incedere. “A vì, a vì, mò véne donna Viulande, era la minaccia delle mamme lucerine quando non ne potevano più dei capricci dei bambini o non volevano dormire. In realtà non era né cattiva né pericolosa, ma per il suo modo stravagante di comportarsi era presa in giro dai ragazzacci di strada che le avevano addirittura composto una canzonetta: “Pe la víja d’u cambesande, donna Viulande c’u musicande. Víne víne mo’ si vúje venì, u tréne é pronde e ce n’amme a ìj. “Pe la víja de lu castìlle, donna Viulande c’ù studentìlle. Víne víne mo’…” (Per la via del cimitero, donna Violante con il musicante. Vieni, vieni adesso, sei vuoi venire, il treno è pronto e ce ne dobbiamo andare. Per la via del castello, donna Violante con lo studentello. Vieni, vieni adesso ecc.);
- CACHIZZE. Era il soprannome di un popolano che era afflitto da una malattia che lo costringeva alla continua e impellente soddisfazione dei suoi bisogni fisiologici. Da qui il modo di dire: TÉNE I TRMILIZZE CÚM’E CCACHIZZE con il significato di avere l’abitudine di fare le cose in fretta.
Lino Montanaro


