Ritorno ancora una volta su queste carte perché, quando cerchiamo di ricostruire la storia della nostra città, dobbiamo avere il coraggio di guardarla tutta, anche quando ci mostra il suo lato più cupo e spaventoso. I documenti antichi, che ci fanno da bussola, ci aiutano anche ad accettare di fare i conti con l’orrore nudo e crudo, senza filtri o storielle rassicuranti.
Oggi vorrei soffermarmi su un dettaglio che emerge da ciò che accadde dopo la distruzione della colonia musulmana di Lucera, avvenuta dal 15 al 24 agosto del 1300. È un particolare che lascia sbalorditi e inorriditi, con gli occhi dell’oggi: la pratica delle orecchie tagliate ai prigionieri morti durante le marce di deportazione.
La burocrazia e la prova della morte
Dopo l’ordine del re Carlo II d’Angiò e l’attacco condotto da Giovanni Pipino da Barletta, la prospera comunità saracena di Lucera venne completamente cancellata. Le decine di migliaia di sopravvissuti allo sterminio – uomini, donne e bambini – furono catturati, strappati dalle loro case e incatenati per essere portati a piedi verso i mercati di schiavi e i porti del Regno di Sicilia. Lì sarebbero stati venduti al miglior offerente, esattamente come si fa con la merce.
In questa gigantesca operazione, che durò molti anni, l’amministrazione del re angioino applicò la sua maniacale precisione contabile. Ogni prigioniero saraceno era uno schiavo, una risorsa economica, un bene da inventariare con precisione assoluta.
Le guardie, i soldati e i conducenti incaricati di scortare le colonne di deportati avevano una grande responsabilità: rispondevano finanziariamente di ogni singola “testa” a loro affidata. Il problema era che durante quelle lunghe marce forzate – sotto il sole cocente dell’estate pugliese – molti prigionieri morivano lungo la strada, stremati dalla fame, dalla fatica, dalle malattie, dalle violenze, e persino massacrati dagli attacchi delle comunità locali che attraversavano.
Qui, però, scattava il sospetto dei burocrati. Se una guardia diceva “Il prigioniero X è morto“, come poteva si poteva essere sicuri che non fosse scappato o, peggio ancora, che la guardia non lo avesse venduto di nascosto, intascandosi i soldi? Per non farsi truffare, e per assicurarsi che i conti tornassero sempre, l’amministrazione chiedeva una prova inconfutabile.
La soluzione trovata fu macabra e crudele nella sua semplicità: per dimostrare che un prigioniero era davvero morto e, di conseguenza, non dover pagare una multa salatissima per averlo “perso”, i custodi dovevano mozzare le orecchie del cadavere e presentarle fisicamente ai funzionari incaricati del controllo. L’orecchio umano, insomma, diventava una sorta di scontrino fiscale.
L’orecchio come ricevuta nei documenti storici
Questa prassi agghiacciante non è una leggenda nera, ma è scritta nero su bianco nei documenti ufficiali dell’epoca, fortunatamente salvati e trascritti dallo storico Pietro Egidi, di cui abbiamo parlato nel primo articolo di questa serie.
Prendiamo, ad esempio, una lettera inviata dal Re a un suo funzionario (il giustiziere Landolfo Rumbo) il 4 settembre del 1300. In questo documento, che potremmo definire una vera e propria ricevuta di consegna, si certifica il trasferimento di 343 prigionieri saraceni da Lucera a Napoli. Il testo, con una ferma freddezza, recita:
«[…] hai presentato ivi nella medesima Curia nostra le orecchie di 6 altri Saraceni, i quali dicesti essere morti nella traduzione [trasferimento forzato] di tutti quei Saraceni dalla terra di Lucera alla predetta città; ti indirizziamo, a cautela, queste nostre lettere responsali circa l’assegnazione di quei Saraceni e la presentazione delle predette orecchie nel modo già detto» (Documento 322, Codice Diplomatico dei Saraceni di Lucera).
Le orecchie servivano come allegato per giustificare l’ammanco di sei persone all’arrivo a Napoli.
Questa procedura burocratica, che prevedeva multe severe per chi sbagliava (la Curia minacciava penali anche di “20 once d’oro”, una cifra enorme per l’epoca, a chi ritardava le consegne o faceva “magheggi” con le vendite), si ripeteva in tutto il Regno.
Lo vediamo in un altro lungo e dettagliato documento del febbraio 1301, redatto ad Altamura. I giudici locali devono spiegare ai loro superiori come hanno gestito e venduto un gruppo di 70 saraceni, difendendosi dalle accuse di aver fatto confusione con i compratori e per non pagare le sanzioni previste. Nel lungo elenco di persone vendute (dove leggiamo nomi, parentele e mestieri, come muratori o argentieri), i funzionari inseriscono una giustificazione terribile per un prigioniero mancante:
«Allo stesso modo sappia la vostra Maestà che uno dei saraceni, di nome Amigdalille, è morto, del qual morto teniamo le orecchie tagliate, e se n’è fatto pubblico strumento» (Documento 469, Codice Diplomatico dei Saraceni di Lucera. L’originale è oggi custodito presso l’Archivio della Basilica di San Nicola di Bari – di seguito -).
Pergamena originale per la consegna e vendita dei saraceni custodita presso l’Archivio della Basilica di San Nicola a Bari. Febbraio 1301.
Hanno tagliato le orecchie al povero Amigdalille e hanno persino redatto un atto notarile (pubblico strumento) per certificare di averle in custodia, in attesa di mostrarle ai controllori.
In quello stesso documento, scorrendo il freddo elenco di vite messe all’asta, emerge un dettaglio che ci fa toccare con mano l’abisso di questa tragedia. Tra i prigionieri venduti allo stesso mercante compare un intero nucleo familiare: «Dulaysa moglie del fu Amidalille, Yaye maschio suo figlio, Seccelasa donna sua figlia e Zurafa donna altra figlia».
Dulaysa è la vedova dell’uomo a cui sono state mozzate le orecchie. Proviamo per un attimo a metterci nei panni di questa donna, o di uno dei suoi figli, ad immedesimarci nella sua sorte e nel suo strazio. Nel giro di pochi giorni ha perso la sua casa a Lucera, i suoi affetti, la sua libertà, ed è stata trascinata via con i suoi tre figli per essere venduta come schiava. Ma c’è di peggio: ha visto il proprio marito o padre morire di stenti durante la marcia e ha dovuto, quasi certamente, assistere allo scempio del suo cadavere. Un oltraggio insopportabile per qualsiasi compagna di vita, reso ancora più atroce dalla consapevolezza che i resti dell’uomo che amava non avrebbero mai avuto una sepoltura pietosa, ma venivano mutilati dai loro carnefici unicamente per “mettersi in regola” con i libri contabili del Re.
Mantenere viva la memoria: un atto di umanità per il presente
Ciò che sconcerta di più nel leggere queste carte non è “solo” la brutalità di mutilare un cadavere in mezzo al nulla. Per i notai dell’epoca, annotare la consegna di un paio d’orecchie umane era un atto di ordinaria amministrazione, come registrare la consegna di sacchi di grano o cavalli. L’orrore si trasforma in norma amministrativa.
La storia ci insegna che la violenza più pericolosa non è solo quella delle spade, ma quella che si veste di legalità, di moduli, di rendiconti e di scartoffie. Quando l’essere umano viene ridotto ad un numero o a una riga su un registro di bilancio, la crudeltà non ha più limiti. È un meccanismo che vediamo ripetersi anche oggi: quando le vite di chi fugge o di chi soffre vengono raccontate solo come “quote”, cifre contabili o problemi burocratici da smaltire. E peggio, quando questi “rendiconti” sono mezzo di propaganda politica per consensi e “riforme” e guerre.
Ai sei sventurati morti sulla strada per Napoli e al povero Amigdalille non fu concessa una tomba, né dignità. Le loro esistenze sono svanite nel nulla. Eppure, la loro presenza rimane per sempre incisa, in modo terribile, nelle carte della burocrazia del tempo.
Ricordare oggi questa “contabilità del sangue” è anche motivo per restituire, a sette secoli di distanza, un momento di pietà a persone cui fu negato tutto. E significa ricordare che la storia della nostra Lucera è fatta di grandezza e bellezza, ma anche di ombre profonde che dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia. Specialmente quando, ogni anno, chiediamo “leggerezza” o vogliamo solo festeggiare nelle calde serate agostane.