Memoria

La prima comunione a Lucera

Nonostante la “prima comunione” sia un momento liturgico, negli ultimi tempi è diventata, un’occasione quasi mondana, un inno al consumismo per il costo dei regali e dei festeggiamenti, diventati grandi eventi. In passato, invece, la “prima comunione” e la “cresima”, in una Lucera segnata da una forte identità cattolica, erano un evento religioso e sobrio per i bambini e le loro famiglie.

In preparazione della “prima comunione” e della “cresima” si seguivano, sotto la guida d’a segnurine bbezzoche (della catechista), le lezioni de duttríne (di catechismo) con domande e risposte da imparare ‘a ccambanille (a memoria), che vertevano sugli insegnamenti di Dio e della Chiesa e nel sapere i “Dieci comandamenti”.

Il giorno prima della cerimonia i bambini andavano in chiesa a cumbessà i peccáte (confessarsi); e ciò era vissuto con timore perché pensavano ingenuamente di aver commesso dei peccati da svelare al sacerdote. Poiché, a sette o otto anni non c’erano peccati da raccontare, se non di aver disubbidito qualche volta ai genitori, essi si sentivano, comunque, grandi peccatori, dopo aver ascoltato la filippica del confessore sul rispetto dovuto ai genitori e sui sacrifici che facevano per crescere i figli.

Il bambino e la bambina, il giorno in cui dovevano ricevere i due sacramenti, erano accompagnati in chiesa rispettivamente da u cumbáre e d‘a cummáre (dal padrino e dalla madrina) che avevano assunto l’impegno su richiesta dei loro genitori. A volte erano persone influenti e conosciute in città, spesso erano parenti. Importante per la cerimonia era u vestíte d’a prima comunijóne (il vestito della prima comunione). Di norma era tagliato e cucito in famiglia; raramente il lavoro era affidato a sarte o sarti; pochi avevano un vestito acquistato per l’occasione. Perciò dalla qualità e dal confezionamento dei vestiti si notava il ceto sociale di appartenenza dei bambini e delle famiglie. I bambini indossavano giacca, pantaloni (corti o lunghi), camicia bianca, cravatta o papillon; sulla manica della giacca era appuntata una fascia bianca. Le bambine indossavano abiti bianchi tipo sposina, confezionati in organza e rifiniti in trina, velo o coroncina in testa e scarpine bianche.

Dopo la cerimonia, gli abiti erano accuratamente conservati perché sarebbero serviti per il fratello, la sorella, i cugini e i figli degli amici di famiglia. I momenti più belli della cerimonia della “prima comunione” e “cresima”, che si teneva tra maggio e giugno, alla presenza del vescovo della diocesi, erano ovviamente la somministrazione dell’ostia eucaristica e il ricevimento della cresima. Alla fine della cerimonia, dopo che il parroco aveva regalato a ogni bambino un santino o una medaglietta de stagnarílle (in alluminio) per ricordo, le catechiste portavano i bambini sui gradini dell’altare o fuori dalla chiesa per la foto ricordo.

Un tempo, le bambine e i bambini che facevano la prima comunione erano festeggiati in famiglia dai genitori, dai parenti e dai padrini con un rinfresco, fatto in casa, con frù-frù, amaretti e sciù, accompagnati da vermouth, marsala e, soprattutto, rosolio. E, a volte, da un pranzo con presenze ristrette, sempre fatto in casa.

I regalini consistevano in libricini di chiesa, bianchi con la copertina di madreperla, coroncine sempre di madreperla, una stilografica con il pennino dorato e, per i più fortunati, in medagliette, collanine, braccialetti e orecchini d’oro. I bambini che avevano fatto la “prima comunione” partecipavano quell’anno stesso alla processione del Corpus Domini.

Lino Montanaro

Tratto dal libro LUCERA DI UNA VOLTA – Personaggi, storie, custume, mestieri, credenze, superstizioni e altro …di Lino Montanaro & Lino Zicca

In foto: prima comunione dell’autore Lino Montanaro

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