Le vite oltre il mito: i documenti d’archivio e le donne dimenticate del 1300
Quando cerco di raccontare la storia della nostra città, parto sempre da una convinzione: senza i documenti d’archivio non andiamo da nessuna parte. Le carte antiche, i registri e i verbali dell’epoca sono l’unica vera bussola che abbiamo. È lì che è scritta la storia, non nei miti che ci inventiamo dopo o nelle favole che ci raccontiamo per farci applaudire.
Purtroppo, a volte c’è chi preferisce far finta di non vedere. C’è chi usa il passato come uno strumento: per fare propaganda, per interesse politico, per fare un po’ di lucro o semplicemente per vendere una storia edulcorata e comoda, dove tutti sono buoni e le tragedie spariscono. La storia si basa sempre di fatti, letti attraverso le fonti, e soprattutto è fatta di persone.
Guardare ai documenti di oltre settecento anni fa significa fare un atto di umanità. Significa capire che i drammi di quell’agosto del 1300 a Lucera – quando la colonia musulmana venne distrutta, le persone vennero deportate, vendute come schiave o costrette a cambiare nome e religione per salvarsi – non sono poi così diversi da quello che vediamo oggi.
Pensiamo a chi arriva da noi oggi, agli immigrati, a chi professa una fede diversa, a chi viene visto come “diverso” o “straniero”. Pensiamo a quello che avviene in Sudan, in Congo, a Gaza, in Libano e che pochi anni fa avvenivano in Serbia, o ciò che avviene nelle nostre città o ciò che leggiamo e vediamo tra la politica e i mezzi di comunicazione. La storia ci insegna che la paura dell’altro, il fanatismo e la violenza del potere producono sempre le stesse vittime: i più deboli, le famiglie, i bambini.
Studiando i documenti d’archivio di quel periodo drammatico, mi sono imbattuto in una storia che mi ha toccato il cuore. Non parla di re, di generali o di battaglie, ma di donne e bambine di cui si era perso persino il nome.
Ho scritto questo testo grazie alla più grande raccolta di documenti che abbiamo a disposizione, il Codice diplomatico dei Saraceni di Lucera, compilato agli inizi del Novecento dallo storico piemontese Pietro Egidi. Questa raccolta fu la base del suo quasi insuperato La colonia saracena di Lucera e la sua distruzione.
Vale anche la pena raccontare la storia di questi documenti. Egidi ebbe la fortuna di consultare l’immensa mole di pergamene e documenti conservati nel grande Archivio di Napoli, il quale custodiva la memoria storica di tutto il Mezzogiorno, dall’arrivo degli angioini (1265-1266) fino alla metà dell’Ottocento. Le carte più antiche però, vennero date alle fiamme in una tragica rappresaglia dei militari tedeschi nel settembre del 1943, subito dopo le famose quattro giornate di Napoli. Un episodio così doloroso per via dei motivi che spinsero i tedeschi a ridurre in cenere dei documenti così importanti e per le conseguenze inimmaginabili sulla memoria storica di un popolo che fu Regno per oltre 700 anni.
Dobbiamo quindi ricordarci di essere fortunati e dobbiamo essere grati a Pietro Egidi, perché senza di lui non avremmo più modo di ricostruire e rileggere un pezzo fondamentale della nostra storia e della nostra identità di oggi, e di come questa abbia plasmato noi, che camminiamo nella nostra città, alziamo lo sguardo verso la nostra cattedrale e sorridiamo ammirandone la bellezza.
Questo mio scritto è stato letto dalla cara amica Rossella Bondanese, domenica 6 aprile 2025, durante un intermezzo culturale dell’Archeoclub di Lucera al Circolo Unione di Lucera, invitata a contribuire alla rassegna musicale organizzata dall’Associazione “Risonanze”. Ve lo ripropongo qui integralmente, perché ricordare queste vite ci permette di guardare al passato ma parla al presente e al nostro prossimo futuro.
Alla fine del testo, anche il video con Felicetta Di Iorio, Rossella Bondanese e Miriana Catignano dal vivo al minuto 43:00 in quella bella serata. Non perdetevi nemmeno il concerto di Andrea Di Stefano che quella sera regalò momenti sognanti attraverso la sua musica.
Alessandro De Troia
Donne in fuga dalla fine: la famiglia di ‘Abd al-‘Azīz a Lucera
Nel cuore della Capitanata, a Lucera, esistette per quasi un secolo una straordinaria colonia musulmana. Qui, a partire dal 1223, l’imperatore Federico II deportò migliaia di musulmani dalla Sicilia, garantendo loro libertà religiosa e autonomia. Questa comunità, unica in Europa, prosperò per decenni in una città che divenne un centro vibrante di cultura islamica, vita civile e attività militare. Ma nel 1300, tutto questo stava per finire.
Tra coloro che cercarono di salvare il salvabile, si distinse un uomo: ‘Abd al-‘Azīz, cavaliere e feudatario musulmano, uno degli ultimi esponenti di una classe dirigente che aveva saputo conquistarsi spazio anche sotto i sovrani cristiani. Quando la colonia fu travolta dalla repressione e dalla schiavitù, lui si convertì al cristianesimo a Foggia, assumendo il nome di Nicola. Ma non fu una conversione di fede: fu un atto disperato, una scelta obbligata per tentare di salvare la sua famiglia, che comprendeva — come documentato — almeno 100 persone, tra cui 60 donne e bambine.
Queste donne non erano solo numeri. Erano vite, erano corpi, erano nomi. Erano figlie, madri, mogli, sorelle, testimoni di un mondo che stava scomparendo. I documenti ci restituiscono frammenti delle loro identità:
- Zuraffa, di appena un anno e mezzo
- Garuffa, due anni e mezzo
- Amorosisu, nove anni
- Dalilee, dieci anni
- Lya, figlia di Garufe
- Una bambina di tre mesi senza nemmeno un nome
Ce ne sono molte altre: Folimun, Iacxy, Salamissa, Menura, Asmet, Bialle, Quessama, Tussana, Marrugia, Abrahim, e l’elenco continua. Piccole e grandi, giovani e anziane, donne la cui storia non ci è stata raccontata. Donne cancellate.
Ci chiediamo: cosa significava, per loro, vivere la fine di un mondo? Lasciare la propria casa, rinunciare alla propria fede, diventare – letteralmente – bottino di guerra o merce da riscattare? Perché è questo che accadde: nel 1300, con l’ordine di smantellare la colonia musulmana, migliaia di musulmani furono venduti come schiavi, e solo chi poteva pagare riscatti altissimi poteva sperare di riottenere la libertà.
Nicola di Lucera, l’ex ‘Abd al-‘Azīz, riuscì a riscattare decine di persone. Ma il prezzo fu altissimo: non solo in denaro, ma in dignità, in identità, in storia.
Le donne della sua famiglia furono salvate dalla schiavitù, ma al prezzo della conversione forzata. E forse furono proprio loro la ragione principale di questa scelta estrema. In una società patriarcale come quella del XIII secolo, la salvezza delle donne – le più vulnerabili – poteva dipendere unicamente dall’azione di un uomo. Ma questa verità non deve farci dimenticare il coraggio silenzioso, la forza invisibile, la resistenza quotidiana delle donne che attraversarono questo trauma.
Oggi, ricordare i nomi di queste bambine, di queste madri, di queste sorelle significa restituire loro un posto nella storia. Significa guardare alla Lucera saracena non solo come a un fenomeno politico e militare, ma anche umano, intimo, femminile.
Lucera fu una città dove, per quasi un secolo, donne musulmane vissero, amarono, lavorarono, pregarono, e crebbero i propri figli. E quando tutto finì, furono loro – silenziosamente – a portare il peso della sconfitta, della rinuncia, della trasformazione.
Ricordare le donne della famiglia di ‘Abd al-‘Azīz significa restituire dignità a chi è stato dimenticato. E significa anche riconoscere che la storia – troppo spesso – è stata scritta senza di loro, ma che oggi abbiamo il dovere di riportarle al centro.


