Il delitto dell’abbazia, intervista a Lello Veccharino
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Il delitto dell’abbazia, intervista a Lello Veccharino

Appena uscito per la casa editrice “RAF EDITORE” il giallo “Il delitto dell’abbazia. Sfida al Vaticano” di Lello Vecchiarino. Il libro trascina il lettore in intricati enigmi che dovranno essere districati dal tenente dei Carabinieri Paolo Ruidi con l’aiuto di suo padre Corrado, anche lui facente parte dell’Arma ma come maresciallo in congedo.

La storia è ambientata tra Lucera, la Capitanata e le Marche e tratta di argomenti locali e di intrighi nazionali e internazionali. Una donna viene ritrovata morta nell’abbazia di Sant’Agata, in territorio di Serracapriola e pare ci sia lo zampino della massoneria.

Abbiamo voluto “interrogare” l’autore per capirci di più.

Lello Vecchiarino è un giornalista professionista che vive tra Lucera e Faeto. Prolifico romanziere e scrittore, ha dato alle stampe “La Macchia nell’Occhio” (1986), “Padre Pio – Fango intrighi e carte falses” (Bastogi 1996), “Diabolich – Il Mistero di Via Fontanesi” (Edizioni Il Rosone 1997), “Uno alla Luna” (Il Castello Edizioni 2012). Per il suo racconto poliziesco “La vergine di Patiso” ha vinto il primo premio nel concorso letterario nazionale “Esperienze in giallo”.

I: Prima di cominciare vorrei ringraziarti per averci permesso di farti qualche domanda sul tuo ultimo libro “Il delitto dell’abbazia. Sfida al Vaticano”. Per iniziare, vorrei chiederti da dove nasce questo nuovo libro e cosa ti ha spinto a scriverlo.

V: Non parlerei di spinta, ma di attrazione, nel senso della calamita. Un libro nasce perché un’idea comincia a germogliare nella mente per una osservazione, per un appunto trovato per caso su di un taccuino che ti è venuto sotto gli occhi dopo tanti anni di abbandono in un cassetto. Nasce perché ci sono storie che devono essere raccontate per non consegnarle all’oblio. E a chi come me si è occupato per circa quarant’anni di cronaca, può anche accadere di sperimentare un nuovo fiato, una nuova forma di scrittura come la narrativa, che è mescolanza di verosimiglianza e finzione letteraria. Compito di uno scrittore – ma io mi considero soltanto un contastorie – è quello di indagare l’invisibile. E se l’invisibile ti circonda, ti passa accanto mentre vivi nella tua città, allora non devi fare altro che accendere l’interruttore della curiosità, come ho fatto per tanti anni per il giornale in cui ho lavorato. Il resto lo fa il demone della scrittura, quello che se ti abbranca non ti lascia più.

I: Massoneria, Vaticano, Archeologia, scomodando Garibaldi, Papi e persino il primo Santo di Capitanata. Sono temi importanti, intrecciati con maestrìa, e che spesso e volentieri strizzano l’occhio alla cronaca locale. In un intreccio di intrighi e storie consolidate, presunte e immaginarie non è per nulla facile muoversi per un lettore che sceglie gialli come forma di intrattenimento. Sembra quasi che, a volte in maniera celata e a volte in maniera totalmente esplicita, i tuoi indubbi sforzi di ricerca di fonti, informazioni e notizie ti abbiano un po’ convinto a voler spronare il lettore ad approfondire i temi che vanno oltre l’omicidio all’Abbazia di Sant’Agata. Se dovessi esprimerlo in percentuali, quanto c’è di vero e quanto di pura fantasia in questo libro?

V: Già nell’Ottocento, quelli che noi chiamiamo gialli si chiamavano “racconti a problema”: a significare che tutta la narrazione era finalizzata allo scioglimento dell’enigma. Poi, negli anni Trenta del secolo scorso, la Mondadori creò una serie di racconti in cui graficamente predominava il colore giallo in copertina. Man mano che si è andata consolidando la letteratura di genere, che una volta era considerata letteratura di serie B, si sono avute anche le sotto-distinzioni, ma sostanzialmente: nel giallo, protagonista è l’enigma mentre nel thriller, protagonista è la paura.

Antonio Gramsci considerava il giallo come la massima dimensione di letteratura popolare. Non è più forma di intrattenimento, forse non lo è mai stata. Il primo caso di interrogatorio all’americana si trova nella Bibbia: «Caino, dov’è tuo fratello?», chiese il Signore. Caino rispose: «Signore, non sono mica io la balia di mio fratello.»

Con il trascorrere degli anni, il genere ha subìto anch’esso delle evoluzioni, e ora il giallo si occupa principalmente – sempre mantenendo le antiche regole – di raccontare quel che accade nel lato oscuro della società.

Il giallo è un romanzo, fatto di gioco di maschere.

Personalmente muovo sempre da un fatto, dai fatti, e prima di iniziare a scrivere svolgo le mie ricerche, consulto qualche esperto, ricorro alla mia memoria, a qualche articolo che scrissi nel passato, com’è stato nel caso di questo libro. L’ambientazione è collocata nella contemporaneità e quindi i personaggi usano il computer utilizzano i moderni mezzi di comunicazione. Non so dire né calcolare la percentuale di realtà e di fiction. Posso solo dire che, come ogni verità, il mio romanzo contiene anche finzione. E non posso dirlo perché a un certo punto, come capita a chi si occupa di narrativa, i personaggi diventano autonomi e agiscono da soli. E tieni conto che, come nelle fiction o nei film di fantascienza, tra il lettore e il narratore si stabilisce un patto. Si chiama sospensione volontaria della incredulità; un patto in funzione del qual il lettore è disposto a credere, a seguirti fino in capo al mondo attraverso l’azione dei tuoi personaggi. E a crederci poi, al risveglio, inizia la riflessione. Una specie di innamoramento.

I: Ci sono dei punti in cui fai una sorta di j’accuse nei confronti di coloro che di fronte alle evidenze documentarie e nel ruolo di narratori delle patrie memorie spesso scelgono di raccontare solo parti di verità, anche questo un momento di stimolo per il futuro o solo di frustrazione?

V: Vedi, la struttura di un giallo è tale che ti costringe ad applicare la cosiddetta teoria del salmone. E cioè, di fronte a un delitto l’investigatore deve risalire la corrente, ricostruire la vita, i movimenti fin ad arrivare all’ora zero: l’ora in cui è stato ideato e preparato il delitto. E se aggiungi che per conoscere l’assassino è buona regola conoscere la vittima, va da sé che devi farti una passeggiata in tutto l’ambiente che hai intorno come narratore, perché stai cercando di raccontare quel famoso lato oscuro della società (lucerina in questo caso), e allora può accadere di incappare in verità che sono state acclarate e pubblicatme da storici di caratura nazionale, ma taciute, non in parte taciute, ma taciute da intellettuali, storici e compagnia pontificando. Un delitto di lesa verità. Non soltanto le hanno taciute, ma hanno scritto e fatto scelte cose diammetralmente opposte al vero. E questo è un segmento di quella società dei furbi in cui ti imbatti quado metti il naso nel lato oscuro di cui parlavo. Né stimolo né frustrazioni: è una denuncia se, in seguito, avrà scarpe, vestito e nome con tanto di cognome.

I: Il ruolo giocato dalla massoneria sia per quanto riguarda il contesto sia in ciò che accade ai protagonisti fa prevalere un certo giudizio di merito su queste associazioni, probabilmente legato anche alle cronache più o meno recenti. Che idea ti sei fatto e cosa è emerso dalle tue ricerche?

V: I liberi pensatori sono sempre esistiti, e tutto il pensiero filosofico, la letteratura che riguarda le loro associazioni non va criminalizzato. Ma vi sono ancora situazioni che operano sul filo della legge Anselmi: parlo delle logge segrete. Io nel libro indico anche il sito dell’elenco degli iscritti al GOI (Grane Oriente d’Italia, una delle più importanti obbedienze, che ha reso pubblico l’elenco dei suoi aderenti). Questo è un giallo tutto lucerino. Consultate il sito e troverete qualche sorpresa che riguarda Lucera, e del quale io in un passato recente mi sono occupato con articoli pubblicati sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” parando di avvenimenti di cui la Chiesa locale aveva mostrato di ignorare.

I: Il racconto, tra le altre cose, mostra questo dualismo padre-figlio che fa un po’ trapelare l’eterno dilemma moderno dei genitori tra il lasciare i figli liberi di agire “senza reti” e il perseverare nell’atteggiamento “a chioccia” nonostante tutto. È un tema che volevi trattare o è solo una cosa che emerge naturalmente dal tuo scritto?

V: Nessun dualismo, ma soltanto due visioni diverse della scienza investigativa. Avrei dovuto mettere a fianco del tenente Ruidi un personaggio un po’ stolto per compensare? Mi è membrata la solita abusata trovata, e allora meglio offrire al lettore la “novità” delle indagini parallele che si svolgono all’interno della stessa famiglia: quella dell’Arma, ma anche quella dei Ruidi, marchigiani di Gagliole che si trovano per destino a Lucera.

I: Un altro dualismo che mi ha intrigato in “Il delitto dell’abbazia” è quello tra “nativi digitali” e “analfabeti digitali”. La seconda definizione ovviamente non vuole essere dispregiativa, ma solo un modo per identificare le generazioni che non sono nate con in mano un cellulare o una tastiera e, per scelta o necessità, sono lontane da tutto ciò che è computer e internet. Il divario tra queste generazioni si sta accentuando sempre più e in un mondo così globalizzato può essere un problema? Eppure nel romanzo si trova un certo equilibrio.

V: Si sa che in ogni epoca, sullo scacchiere della società si trovano a confrontarsi e convivere due diverse generazioni. Nel nostro caso, visto che il romanzo si svolge nella contemporaneità e, ogni tanto fa capolino nella storia,  mi è sembrato giusto per onorare la cronaca, che è storia dell’istante, far scorrere il racconto attraverso il confronto, che si nota in filigrana, tra la computer generation (quella del tenente)  l’altra del padre (il maresciallo in congedo, vecchio Marlow di provincia che come tutti i marescialli della Benemerita sono le memorie storiche dei luoghi in fatto di contrasto alla delinquenza).

I: Una curiosità. Mi ha sorpreso la presenza tra le pagine di diversi “link” a pagine web realmente esistenti. Mi sono preso la briga di andare a controllare e sono tutte attive e con informazioni che stupiranno molto il lettore. Su questo avrei due domande: la prima, sono abbastanza sicuro che non siano state create ad hoc, e se non lo fossero, non hai paura che da un momento all’altro possano sparire (ad esempio perché non verrà rinnovato il domino)? La seconda, hai scelto quelle pagine perché contengono informazioni affidabili o solo funzionali al racconto?

V: Si tratta di un giallo dei tempi nostri, e occorreva usare il linguaggio corrente. E il linguaggio che va per la maggiore è quello delle chat, delle faccine, dei simboli e di Facebook. Avrei mai potuto prescinderne? I link sono quelli che ho consultato per verificare storie e notizie che già sapevo e di cui mi sono occupato in precedenza: dovevo verificare. Ho verificato e ne ho dati indicazione a lettore. Temevo che questa “trovata” avesse rallentato il ritmo del racconto, perché in un romanzo quasi mai si usano le note a piè di pagina: tendono a trasformare tutto in un saggio. Anche il prologo contiene fatti di cui mi sono occupato, a cominciare dalla idea di Berlusconi di voler costruire un grande villaggio vacanze nei pressi della Marina di Serracapriola. I ritrovamenti di reperti del Paleolitico io li ho visti in foto, tanti anni fa. Mi furono mostrati da un giovane di cui non ricordo il nome. Erano impressionanti per la loro bellezza.

Peraltro, il dibattito intorno alla collocazione del romanzo giallo nel mare magnum della Letteratura è un dibattito che ha occupato critici, giornalisti e narratori, a volte anche con stridenti polemiche. Ricordo le testimonianze di Sciascia o di Camilleri. E mi sovviene che una polemica sempre sullo stesso tema mi vide incrociare la penna, si fa per dire, con il guru del giornalismo italiano. Cito dall’Espresso di molti anni fa: “Ringraziamo gli autori di gialli, ultimi supplenti della parola scritta […].
Queste mie riflessioni hanno dato vita a un dibattito tra autori di gialli… sono intervenuti Danila Comastri Montanari, Tecla Dozio, Lello Vecchiarino, Antonella Stefania Martini, Sara Vallefuoco. Il giallo non è affatto un genere di serie B, ma un’operazione di scrittura, di linguaggio e di racconto che compete alla pari con ogni altro romanzo
Eugenio Scalfari
L’Espresso

I: Nel ringraziarti ancora una volta per aver risposto alle nostre domande, vorrei chiudere chiedendoti di parlarci un po’ della tua casa editrice, con sede ad Ascoli Piceno.

V: RAF EDITORE nasce nel dicembre di due anni fa, nel modo più semplice e naturale con cui vengono a galla le idee… Mi trovavo da mia figlia ad Ascoli Piceno, da sei mesi era nato il mio nipotino Raffaello. Eravamo nello studio io e mio genero Ugo Spicocchi a parlare delle cose più varie, quando, così, forse inseguendo un pensiero che da tempo gli girava nella mente, Ugo mi rivolge una domanda. “Creiamo una casa editrice?”. Lo guardo con una certa dose di perplessità. Non capisco il motivo di quella domanda. Lui capisce la mia titubanza, ma intanto io parlo dell’asse Marche-Puglia e dello sviluppo di cui avevo leto sui giornali come sei legge di tanti progetti tra regioni sulla costa adriatica. Lui accenna alla mia esperienza quarantennale nel giornalismo, io comincio ad appassionami, lui si mostra entusiasta di fronte alla prospettiva di occuparsi del lato amministrativo. Io gli dico che potrei occuparmi della parte artistica e comunque della ricerca e scoperta di giovani talenti. Puntiamo a fare un programma: narrativa, manualistica e, unica forse in Italia, la pubblicazione di sceneggiature. In pochi giorni Ugo registra il marchio. Io e lui diventiamo editori alla pari in un’avventura che ci appassiona e che oggi sta cominciando a dare i suoi frutti con un catalogo che va arricchendosi giorno per giorno. Decidiamo subito di essere “editori puri” come si diceva un tempo dichiarando pubblicamente di essere contrari alla cosiddetta editoria a pagamento. Noi valutiamo i lavori e se decidiamo di pubblicare facciamo firmare all’autore un regolare contratto di edizione con tanto di ISBN che registriamo a nostra cura. Pare che l’idea stia funzionando. Abbiamo diversi libri in cantiere, e altri talenti che bussano alla porta, curiosi di verificare quanto abbiamo detto in premessa parlando di nostra avversione alla dilagante moda della editoria a pagamento.

I: Con la speranza di aver stuzzicato la curiosità dei lettori, vi ricordiamo che il libro “Il delitto dell’abbazia. Sfida al Vaticano” di Lello Vecchiarino è disponibile in libreria e su tutte le maggiori piattaforme online.

Alessandro De Troia

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