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La grande cisterna sotto il Piano dei Puledri. Storia di una scoperta tra documenti e memoria

Ogni tanto, scorrendo i gruppi Facebook dedicati a Lucera, ci si imbatte in quelle immagini e in quei racconti che accendono la fantasia: gallerie che correrebbero sotto la città, un lago sepolto sotto il Piano dei Puledri, cunicoli che dal Castello arriverebbero chissà dove. Sono narrazioni affascinanti, spesso suggestive più del dovuto, e a volte prive di appigli concreti. Eppure, dietro una di queste suggestioni – la grande cisterna che si troverebbe sotto la spianata di fronte alla Fortezza – c’è qualcosa di raro: un fondamento storico e documentario reale, misurato e messo per iscritto da ingegneri e amministratori dell’Ottocento.

Devo essere onesto: a spingermi a mettere ordine tra carte e ipotesi è stato anche Francesco Cetola, appassionato di storia locale che da anni prova a riportare l’attenzione sulla riscoperta – anche archeologica – di questa struttura. Le sue ricostruzioni sono talvolta più ardite di quanto i documenti consentano, ma proprio questo, in questo caso, ha avuto il merito di stimolare la mia ricerca e di riportarmi ai testi. Ed è ai testi che voglio attenermi: distinguere ciò che è documentato da ciò che è desiderio, senza togliere nulla al fascino della cosa.

Questo articolo si concentra su un unico oggetto – la grande cisterna del Piano dei Puledri – e ne ripercorre la storia della scoperta attraverso lo studio che l’ha inquadrata meglio di ogni altro, quello dello storico locale lucerino Dionisio Morlacco, e attraverso due documenti d’archivio che Morlacco stesso cita e che ho potuto rileggere direttamente: il Progetto dell’ingegnere Felice Abate e la Relazione dell’ingegnere Vincenzo Colasanto.

Lo studio di Morlacco e la lunga sete di Lucera

Il saggio di Dionisio Morlacco Pozzi, cisterne e spacci per la sete di Lucera è la guida più sicura per orientarsi. Morlacco ricostruisce, secolo per secolo, il rapporto difficile tra la città e l’acqua, e in questa cornice la cisterna del Piano dei Puledri trova il suo posto.

La storia comincia con Roma. Divenuta colonia juris latini nel 314 a.C., Lucera fu dotata di un impianto idrico che alimentava fontane e terme: lo confermano i pavimenti musivi dei lavacri pubblici affiorati nel rione S. Matteo (1872) e in Piazza Nocelli (1899), e il canale di acquedotto in solida muratura scoperto nel 1924 a circa dieci metri di profondità presso il Villino Rosa. Per portare l’acqua in città Morlacco discute due ipotesi complementari: o si captavano le sorgenti dei Monti della Daunia convogliandole, «sfruttando il principio dei vasi comunicanti e mediante sifone», fino a un bacino di alimentazione sul Piano dei Puledri; oppure si intercettava una circolazione sotterranea del Monte Albano raccogliendola in un serbatoio scavato.

Caduto l’impianto romano nell’abbandono dell’alto Medioevo, è con Federico II che Lucera torna popolosa e assetata. Insediati i Saraceni dal 1223, con le loro milizie, i cavalli e perfino gli animali esotici del serraglio imperiale, il fabbisogno d’acqua esplode. Nasce così, secondo la tradizione ripresa dagli scrittori locali, l’acquedotto che dal Monte Saraceno (il Fons Sarracenorum) avrebbe portato l’acqua verso la città e il Castello; e sul Piano dei Puledri si collocano opere di raccolta e fognature d’infiltrazione.

Segue una lunghissima stagione di penuria. Dal Cinquecento all’Ottocento Lucera vive d’acqua piovana raccolta in cisterne e d’acqua salmastra dei pozzi, mentre il Comune regolamenta il mestiere degli acquaruli, obbligati nei periodi di secca a portare in città acqua dolce da pozzi e fontane extraurbani. È in questo clima di sete cronica che, nell’Ottocento, il problema si fa politico e sanitario, e la vecchia idea di un grande serbatoio nascosto sotto il Piano dei Puledri torna a galla letteralmente sotto i colpi dei picconi.

La grande cisterna: come fu individuata e quanto è grande

Il momento decisivo è il 1875. Da qualche anno si contendevano la scena due tesi opposte: il geometra Raffaele Califani sosteneva, con la certezza di chi si affida alla tradizione, l’esistenza di un antico acquedotto sotterraneo recuperabile presso il Tribunale e il Belvedere; il Comune, per dirimere la questione, chiamò l’ingegnere idraulico napoletano Felice Abate.

Fu Abate, seguendo il corso sotterraneo del condotto che partiva dalla cloaca del carcere, a risalire fino alla sua origine e a imbattersi nella scoperta più importante. Lo racconta lui stesso nel Progetto di massima per fornire di acqua potabile la città di Lucera: gli scavi condussero «ad un’altra più interessante scoverta; quella, cioè, di un antico vastissimo serbatojo sotterraneo, il quale occupava gran parte del piano che precede l’antico castello».

Di quel serbatoio Abate ci ha lasciato una scheda tecnica sorprendentemente precisa, affidata a una nota del suo progetto. Vale la pena leggerla per intero, perché è il documento-madre di tutte le misure che ancora oggi ripetiamo:

«Il cennato serbatojo è lungo 76 metri e largo 65; e però la sua superficie è di 4940 metri quadrati, e la capacità di meglio che 10,000 metri cubi d’acqua. Lo stesso, tutto murato e con solido pavimento di battuto, è diviso, nel senso della lunghezza, in nove navate fra loro comunicanti, mediante muri, coverti d’intonaco, con vani arcati, che ne sorreggevano le volte; le quali attualmente sono dirute, egualmente che una parte de’ detti muri.» — F. Abate, Progetto di massima…

Il quadro è nitido: una grande vasca coperta, quasi quadrata, articolata in nove navate comunicanti, con muri intonacati, vani arcati e volte – in parte già crollate al momento della scoperta -, pavimento in battuto impermeabile. Quanto all’età, Abate è prudente: la costruzione, scrive, «rimonta all’epoca medioevale». Morlacco riferisce che l’ingegnere la stimò più precisamente opera saracena, contemporanea alla fortezza. E qui conviene fermarsi su un punto che spesso si perde nelle ricostruzioni più suggestive: l’unico tecnico che quella struttura la vide e la misurò la datò al Medioevo, non all’età romana. La suggestione della cisterna «romana riutilizzata» è affascinante e non impossibile anche perché forse l’ingegnere non aveva una formazione per una datazione precisa.

Anche la sua funzione va detta con esattezza, per non trasformarla in ciò che non era. Non un capolinea di acquedotto montano, ma un bacino d’infiltrazione: serviva, spiega Abate, «di raccogliere, mediante fognature, le acque piovane d’infiltrazione della suddetta pianura … per i bisogni della città, e forse anche del castello». Un espediente, aggiunge con disincanto, «poverissimo … affatto insufficiente al bisogno», data la modesta superficie del bacino pluviale che lo alimentava. Non una meraviglia idraulica, dunque, ma un serbatoio di riserva alimentato dalla pioggia filtrata nel terreno.

Quanto è grande, davvero? Due termini di paragone

Per un lettore di oggi, «76 per 65 metri, nove navate» resta un dato astratto. Aiutano due confronti con cisterne che chiunque può visitare, e che appartengono alla stessa grande famiglia mediterranea delle cisterne coperte a navate.Un campo di calcio mediamente misura 100 per 50 metri, per avere un riferimento “sportivo”, un po’ più piccolo del nostro stadio, in sostanza. Ma guardiamo ad altri manufatti antichi.

La più celebre in Italia è la Piscina Mirabilis di Bacoli, nei Campi Flegrei: serbatoio terminale dell’acquedotto augusteo del Serino, costruita per rifornire la flotta romana di Miseno. È lunga circa 70 metri e larga 25, alta 15, scavata nel tufo, con 48 pilastri cruciformi disposti su quattro file a formare cinque navate e volte a botte impermeabilizzate in cocciopesto; la capacità sfiora i 12.600 metri cubi. Il confronto è istruttivo proprio perché non combacia: la cisterna di Lucera ha una pianta più ampia – quasi 4.940 metri quadrati contro i circa 1.750 della Mirabilis – ma è molto meno alta, così che i volumi finiscono per essere paragonabili (circa 10.000 metri cubi a Lucera, 12.600 a Bacoli). In sostanza: più larga e più bassa la nostra, più raccolta e altissima quella flegrea.

Il secondo termine di paragone è la grande Cisterna della Basilica di Istanbul (Yerebatan Sarnıcı), fatta costruire nel 532 dall’imperatore Giustiniano: circa 138 metri per 64, quasi 10.000 metri quadrati, una «foresta» di 336 colonne alte nove metri su volte e archi, capaci di 80.000 metri cubi. Qui il confronto non è nelle dimensioni – enormemente maggiori – ma in due dettagli che parlano al nostro tema. Il primo: molti dei capitelli di Istanbul sono di ordine corinzio, come corinzio è il capitello che a Lucera comparirà in fondo a un pozzo, e come corinzie sono tante colonne di reimpiego che le grandi cisterne inglobavano dalle rovine precedenti. Il secondo: la cisterna di Costantinopoli fu dimenticata per secoli e riscoperta quasi per caso, a metà Cinquecento, dal viaggiatore Petrus Gyllius che vi si calò con una barca a lume di torcia. Sepolta, ignorata, poi ritrovata: è, in scala imperiale, la stessa parabola della nostra cisterna «lasciata sepolta e quindi ignorata e abbandonata», per usare le parole con cui a Lucera se ne parlava.

Il pozzo nell’orto dei De Nicastri (1884)

Se il 1875 è l’anno della grande cisterna di Abate, il capitolo più minuzioso è la Relazione che l’ingegnere Vincenzo Colasanto pubblica a Lucera nel 1884. Conviene però chiarire subito un equivoco in cui è facile cadere: ciò che descrive Colasanto non è la grande cisterna di Abate. È un’opera diversa, molto più piccola, trovata sullo stesso altopiano nel corso di uno scavo diverso. La relazione resta preziosissima – ci consegna la stratigrafia del piano e, soprattutto, un aggancio topografico che useremo più avanti -, ma parla di un’altra struttura. Teniamo separate le due cose, e alla fine della sezione vedremo perché.

Il 4 settembre di quell’anno, su invito del giovane sindaco Raffaele Petrilli, Colasanto è incaricato di progettare un pozzo pubblico «alla contrada denominata Piano dei Poledri», con la direzione dei lavori. Ed è qui che il documento diventa prezioso, perché fissa un punto topografico esatto: il saggio, scrive, «fu eseguito al lato settentrionale dell’orto De Nicastri». È lo stesso orto che, quattro anni prima, gli ingegneri della Società Costruttrice Meridionale avevano indicato come uno degli estremi del tratto ispezionato, «all’angolo dell’orto De Nicastri»: un riferimento che ancora oggi, nel raccordarsi all’area del Belvedere e del Tribunale, resta il miglior indizio per collocare gli scavi ottocenteschi sull’altopiano di fronte alla Fortezza.

Colasanto registra con cura anche la stratigrafia del sottosuolo, che è poi la ragione stessa per cui su quel piano si scavava: un primo strato di terreno vegetale «per m. 1,64», poi «un secondo di conglomerato breccioso per metri 12,85», e finalmente lo strato argilloso e impermeabile su cui scorre la vena d’acqua di falda. Terra, breccia permeabile, argilla: il piano dei Puledri funziona come una spugna appoggiata su un piatto.

Ma la scoperta che accende la relazione è un’altra. Sulla linea di divisione tra la breccia e l’argilla, verso occidente, Colasanto rinviene «la bocca d’un cavo» che, allargato, rivela «un bacino bislungo formato dalla mano dell’uomo». Il cavo piega con una «risvolta parabolica verso mezzodì» e prosegue per oltre nove metri fino a una conca scavata nell’argilla; e in quella conca, alla profondità di quasi sedici metri, giace un capitello corinzio. Le due domande se le pone lui stesso, e sono le stesse che verrebbero a noi:

«Ora quale interesse avrebbe spinto i nostri antichi a formare tale bacino alla profondità di ben metri 15,80? Come spiegasi in quel luogo la presenza d’un capitello corintio?» — V. Colasanto, Relazione del pubblico pozzo…

La risposta di Colasanto è la parte più interessante, perché va deliberatamente contro la suggestione più facile. Chi, «con ridevole leggerezza», vedeva in quel cavo un grande acquedotto, sbagliava: non ne presenta «né vestigio né carattere alcuno». Quello, spiega l’ingegnere, è un grottone drenante — una galleria che gli antichi praticavano nella breccia, con suolo impermeabile a lieve pendenza, «in modo che le acque filtranti potessero raccogliersi nel bacino principale o nel pozzo propriamente detto». Serviva, cioè, ad allargare la superficie d’infiltrazione e convogliare più acqua verso la canna del pozzo. E il capitello? Non un indizio di tempio sepolto, ma un detrito: la conca è il fondo di un vecchio pozzo colmato dall’alto con argilla e breccia, e insieme a quei materiali di riempimento vi era finito, «per lungo tempo», anche il capitello.

A chiudere il ragionamento Colasanto sfodera un argomento geometrico – e un guizzo di ironia – che merita di essere citato. La pendenza del cavo scende da settentrione a mezzodì: la sorgente, dunque, dovrebbe stare a nord; ma a nord si trova «un compatto masso d’argilla». Quindi, conclude,

«a meno che non si voglia credere in una seconda edizione del miracolo di S. Michele, dovrà necessariamente conchiudersi: 1. Il creduto acquedotto è un bacino inserviente allo scopo anzidetto. 2. L’acqua che osserviamo scorrere … non è che acqua del piano.»

Colasanto non nega, però, la memoria dell’acquedotto saraceno: viaggiando presso Roseto e il Monte Saraceno dichiara di aver visto «i ruderi di un antico acquedotto di perfetta costruzione, con andamento alla volta di Lucera», e allega alla relazione una lettera di Vinceslao Carrescia di Roseto (20 settembre 1884) a conferma della tradizione che voleva le acque di Montesaraceno portate al Castello di Lucera ai tempi di Federico II. Il grande acquedotto montano resta un’ipotesi seria; il cavo dell’orto De Nicastri, no: quello è un’opera di drenaggio locale.

Ed eccoci al punto promesso. Le due scoperte non vanno sovrapposte: il serbatoio di Abate (76 × 65 metri, nove navate – un contenitore fatto per immagazzinare acqua) e il grottone di Colasanto (un cunicolo stretto e allungato, fatto per drenarla) sono oggetti di scala e funzione differenti. Che appartengano alla stessa «economia dell’acqua» del Piano dei Puledri — infiltrazione, drenaggio, raccolta — è più che plausibile; ma un collegamento fisico diretto tra i due, allo stato dei documenti, non è dimostrato. Sono due tessere dello stesso mosaico, non due parti certe dello stesso oggetto.

Dove cercare: la pianta del Carrara e gli orti dei De Nicastri

«Al lato settentrionale dell’orto De Nicastri»: la frase di Colasanto è preziosa, ma da sola non basta a piantare una bandierina sulla mappa. A venirci incontro è un documento più antico e di grande bellezza, custodito ed esposto al Museo Civico Archeologico di Lucera: la pianta compilata nel 1816 dall’agrimensore Gaetano Carrari – il «Carrara» che tutti conoscono con questo nome -, che dello stesso autore reca la data.

In quella carta i terreni dei De Nicastri corrispondono a due particelle contigue, contrassegnate dai numeri 150 e 151. Trasferite sulla topografia odierna, la 151 cade all’incirca nel quadrilatero tra Via degli Appennini, Via Firenze, Via Bari e Via Roma; la 150 occupa invece la fascia compresa tra Via Perugia, Via Napoli e Via Indipendenza e, più a nord, tra Viale Castello, Piazza Matteotti, Via Indipendenza e la stradina privata che da Viale Castello scende a Via Perugia.

Va detto con onestà – ed è un dovere di metodo – che tra la pianta e la scoperta corrono circa cinquant’anni: il Carrara disegna nel 1816, Colasanto scava nel 1884. Che quei terreni fossero ancora dei De Nicastri al momento degli scavi è ragionevole, ma andrebbe confermato da un saggio d’archivio sui passaggi di proprietà; lo segnalo come verifica ancora da fare, non come dato acquisito. Con questa cautela, però, il ragionamento regge: se il pozzo fu aperto a settentrione di quegli orti, come Colasanto scrive nero su bianco, l’area da guardare è quella evidenziata in arancione nella sovrapposizione tra la pianta storica e l’ortofoto attuale – la porzione più a nord delle particelle, verso il Castello e il Belvedere.

Un’avvertenza è però doverosa, e ridimensiona per onestà quanto appena detto. Questa localizzazione inchioda il pozzo di Colasanto, non direttamente la grande cisterna di Abate. Del serbatoio, infatti, Abate non ci lascia né una pianta né un itinerario: dice soltanto di esservi risalito «seguendo il corso sotterraneo» del condotto che partiva dalla cloaca del carcere, presso il Tribunale, e che l’opera «occupava gran parte del piano che precede l’antico castello». Nessuna tappa intermedia, nessuna misura di distanza: solo un punto di partenza e un’indicazione d’area. La pianta del Carrara, dunque, ci dice con buona approssimazione dove scavava Colasanto e – poiché pozzo e cisterna insistono sul medesimo altopiano davanti alla Fortezza – ci orienta per estensione anche verso il grande serbatoio; ma resta un’indicazione di zona, non una croce sulla mappa. Va segnalata per ciò che vale, senza chiederle più di quanto possa dare.

Ed è qui che la storia incontra un nodo dolente del presente: quella fascia settentrionale è oggi in parte edificata. Una porzione di ciò che nell’Ottocento era orto aperto è finita sotto i palazzi, e con essa, forse, una parte delle risposte che cerchiamo.

In conclusione

Rimane la domanda che sta a cuore a Francesco Cetola e a chiunque abbia guardato con curiosità quella spianata: dov’è, oggi, la grande cisterna delle nove navate? La verità è che, dopo il 1876, gli scavi furono in gran parte richiusi – «si pensò sotterrare i ruderi degli acquedotti rinvenuti, che diventarono la favola della Provincia tutta», annotava amaramente Colasanto -, e la struttura tornò sottoterra da dove era emersa. A nulla era valso che il sindaco Nocelli avesse trasmesso la relazione di Abate nientemeno che al Ministro della Pubblica Istruzione Ruggero Bonghi, per giunta deputato di Lucera: Morlacco chiosa che il ministro «forse “la gettò nel cesto delle carte inutili, se pur si degnò di volgervi una occhiata del suo sguardo divino”». L’indifferenza delle istituzioni fece il resto. Ciò che ci rimane sono le misure di Abate, la topografia di Colasanto, l’orto De Nicastri come ancora, e la certezza che qualcosa di grande, di murato e di antico riposa sotto il Piano dei Puledri.

È qui che il fascino e il metodo devono darsi la mano. Il fascino è legittimo: una cisterna di quasi cinquemila metri quadrati, con navate e volte, sotto la spianata della Fortezza, è un patrimonio che merita di essere cercato sul serio. Ma proprio perché merita, va cercato con gli strumenti giusti: le fonti d’archivio già lo dicono, e oggi vi si aggiungono la rilettura catastale degli antichi orti (la pianta del Carrara ne è la prova) e soprattutto le indagini geofisiche non invasive.

La mia speranza – e la dico da cittadino, prima che da appassionato – è che la grande cisterna non sia stata intercettata e cancellata durante i lavori di costruzione che hanno occupato parte della fascia settentrionale degli orti De Nicastri, ma che riposi ancora integra in uno dei tratti rimasti liberi da palazzi. Ed è un’ipotesi verificabile: basterebbe una campagna di prospezioni georadar estesa a tutta l’area ancora «scoperta», affiancata, dove possibile, da qualche saggio mirato, per stabilire con precisione se e dove la struttura sia conservata. Non è fantascienza né un impegno fuori portata: indagini georadar sono già state condotte, per esempio, all’interno della Fortezza – un metro di paragone concreto di ciò che, con la stessa metodologia, si potrebbe fare sul Piano dei Puledri.

C’è, in fondo a questa storia, un’ultima svolta. Il problema dell’acqua di Lucera non fu risolto né dalla cisterna antica né dalle sorgenti montane di Alberona su cui tanto si era discusso: la soluzione vera arrivò dall’esterno, e da molto lontano. Fu l’Acquedotto Pugliese a chiudere la partita – l’opera colossale che captò le sorgenti del Sele a Caposele, in Irpinia, e ne portò l’acqua oltre l’Appennino fin dentro la Puglia. E qui il filo si annoda in modo curioso: quell’idea, concepita nel 1868, si deve all’ingegnere del Genio Civile Camillo Rosalba, lo stesso che l’anno successivo, nel 1869, aveva proposto al sindaco di Lucera di imbrigliare le acque di Alberona. I lavori del grande canale iniziarono nel 1906 e l’acqua raggiunse Bari nel 1915; a Lucera le prime fontane pubbliche sgorgarono nel 1927 e le condutture entrarono nelle case tra il 1930 e il 1932, decretando l’abbandono definitivo di pozzi e cisterne. Da quel momento la grande cisterna del Piano dei Puledri smise per sempre di essere un problema idraulico e divenne ciò che è oggi: un fatto di memoria. Con un ultimo scherzo dei nomi: la prima fontana dell’Acquedotto, nel 1927, fu inaugurata proprio in Piazza Bonghi – intitolata a quel ministro che mezzo secolo prima non aveva degnato la cisterna neppure di uno sguardo.

Colasanto, centoquarant’anni fa, aveva già scritto la cosa più giusta: quei resti dovrebbero essere «il decoro della nostra città», «orgoglio e gloria del passato, scuola ed incitamento ai progressi avvenire». La grande cisterna del Piano dei Puledri è esattamente questo: un pezzo di memoria che aspetta, sotto i nostri piedi, di essere restituito alla città – semmai, e mi auguro presto, se ne troverà la reale collocazione.

Alessandro De Troia

Fonti e bilbiografia

  • Dionisio Morlacco, Pozzi, cisterne e spacci per la sete di Lucera in “Archivio Storico Pugliese” XLIV (1991), pp. 163-228.
  • Felice Abate, Progetto di massima per fornire di acqua potabile la città di Lucera (Biblioteca comunale «Ruggero Bonghi», Lucera). La descrizione e le misure del serbatoio sono nella nota alle pp. 9-10.
  • Vincenzo Colasanto, Relazione del pubblico pozzo cavato al Piano dei Poledri e del bacino in esso rinvenuto, Lucera 1884 (Biblioteca comunale «Ruggero Bonghi», Lucera).
  • Per i termini di confronto: Piscina Mirabilis di Bacoli e Cisterna Basilica di Istanbul (dati architettonici e dimensionali di comune riscontro).
  • Pianta di Gaetano Carrari (1816), Museo Civico Archeologico di Lucera.

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